Visita al carcere di Livorno: rieducazione, dignità e sicurezza
Ci sono visite dalle quali non esci semplicemente con qualche appunto in più: esci con la responsabilità di raccontare quello che hai visto e la necessità di fare qualcosa. C’è un paradosso difficile da accettare: si costruiscono nuovi spazi, ma non sempre le condizioni perché il carcere possa essere davvero un luogo di rieducazione. Una cella non basta.
Ho riscontrato un sovraffollamento inumano: celle da sei persone nel reparto art. 21 e semiliberi. Gran parte delle strutture è fatiscente o abbandonata: l’ex teatro, chiuso da sedici anni, le ex cucine, corridoi transennati e puntellati. Il progetto non prevede il recupero di questi spazi. Servono luoghi per studiare, lavorare, incontrarsi, fare sport, costruire relazioni e vivere i propri affetti. Servono personale, sicurezza, manutenzione e soprattutto una visione.
Il Garante regionale ha denunciato da tempo le criticità della struttura. Nel febbraio di quest’anno anche il Garante di Livorno ha segnalato infiltrazioni d’acqua nelle aule del polo scolastico e negli spazi per la socialità: cosa è stato fatto, ad oggi? E in questi anni?
Se il carcere è soltanto contenimento, falliamo una parte essenziale della Costituzione. L’articolo 27 stabilisce che la pena deve tendere alla rieducazione: preparare una persona a tornare nella società, non semplicemente chiuderla dentro quattro mura. Servono più investimenti, personale, spazi per la formazione e la socialità, e attenzione alle condizioni di chi vive e lavora dentro il carcere. Sicurezza e dignità non sono alternative.
Una pena che prepara al ritorno nella società è nell’interesse delle persone detenute, degli agenti, degli operatori e della comunità intera. Uscendo dal carcere di Livorno ho pensato che non possiamo accettare che diventi un luogo che custodisce le persone fino alla fine della pena. Lo Stato e la politica devono fare di più. È anche da come trattiamo chi ha sbagliato che si misura la qualità dello Stato che siamo.
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